LEGGERE… Ô NÒ LEGERE!!!

Seppur il titolo sia sol provocatorio, l’essenza del delir va oltre!

“To be, or not to be” scrisse William Shakespeare, nell’originale frase che viene pronunciata dal principe Amleto all’inizio del monologo che apre la prima scena del terzo atto della omonima tragedia.
Ovvero, tradotto in italiano: «Essere, o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli, porre loro fine? Morire, dormire… nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne: è una conclusione da desiderarsi devotamente. Morire, dormire. Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo, perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale deve farci riflettere. È questo lo scrupolo che dà alla sventura una vita così lunga. Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo, il torto dell’oppressore, la contumelia dell’uomo superbo, gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge, l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo che il merito paziente riceve dagli indegni, quando egli stesso potrebbe darsi quietanza con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli, grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa, se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte, il paese inesplorato dalla cui frontiera nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà e ci fa sopportare i mali che abbiamo piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti? Così la coscienza ci rende tutti codardi, e così il colore naturale della risolutezza è reso malsano dalla pallida cera del pensiero, e imprese di grande altezza e momento per questa ragione deviano dal loro corso e perdono il nome di azione.»
Rileggere questo famosissimo monologo penso possa sempre far piacere. Dopo questa succulenta e un po’ goliardica introduzione, or mi sovviene una riflessione: “Ma a fronte di italiani che leggono poco, William Shakespeare avrebbe forse scritto: «Leggere o non leggere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente subir colpi di penna o i dardi dell’oltraggiosa scrittura o prendere le armi contro un mare di asini e, contrastandoli, porre loro fine sui banchi? Scrivere, leggere…»” (Non allarmatevi, non ho preso un colpo di sole e neppur ho ingurgitato birra a fiumi).

Veniamo al dunque: non bastava fossimo quelli che non leggono, adesso siamo diventati anche quelli che non sanno scrivere? Ma questo sarà oggetto di altro articolo.

Spesso si sente dire che noi italiani leggiamo poco o non leggiamo affatto. Se stiamo alle statistiche di questi giorni il 60% di noi non leggerebbe neppure un libro all’anno e, del restante 40% solo una minima parte leggerebbe almeno un libro all’anno. I numeri sono poco incoraggianti, specialmente per chi scrive o pubblica libri.
Altri sostengono che in Italia vengono prodotti oltre 700.000 manoscritti all’anno e che di questi solo una minima parte raggiunga la pubblicazione. C’è chi sostiene che i titoli pubblicati siano 70.000, chi afferma poco più del doppio.
Considerato che i canali di pubblicazione sono molteplici, a mio avviso le suddette cifre sono approssimative, in quanto si va dai volumi cartacei provvisti di codici ISBN, agli eBook anch’essi provvisti di codice (di cui si ha certezza), a tutta una marea di pubblicazioni eBook sui Social o sulle piattaforme di scrittura condivisa e/o di selfpublishing.
A conti fatti forse non è del tutto vero che la gente legga di meno. Certo non legge in modo tradizionale, e di conseguenza si vendono meno: libri, quotidiani, riviste, ma penso che ancora si legga.  
Non dobbiamo neppure sottovalutare la buona volontà di chi scrive, pur avendo basi e padronanza della lingua italiana modeste e che corrono sempre il rischio di incorrere in orrori di vario genere! Incoraggiamoli, non umiliamoli, come invece di istruire sono portati a fare i Soloni… … A Napoli direbbero: “Nessuno nasce imparato…”.

Gabriele Mercati febbraio 2017

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Cose d’altri tempi “Storia del caffè”

macinino

Antico Macinino

Il macinino del caffè e la vecchia caffettiera.
Sulla sinistra della foto e rappresentato un vecchio macinino per il caffè, un oggetto un tempo utilizzato dalle nostre nonne. Sulla destra vediamo una caffettiera in ottone di fattura Araba. Gli Arabi ebbero un ruolo essenziale nella diffusione del caffè nel mondo.

Il macinino a mano e la vecchia cuccuma, per le nostre zone sono oggetti ormai sorpassati. Adesso i macinini sono elettrici, la caffettiera è stata sostituita dalle macchine espresso.

caffettiera

vacchia caffettiera

Oggi dì specialmente per usi casalinghi, si sta passano alle macchine espresso utilizzano le capsule con dentro la giusta dose di caffè macinato. Non dobbiamo però dimenticare la vecchia napoletana e la gloriosa moka. Per giungere a tutto questo il percorso è stato lungo ed è interessante ricordarne la leggenda.

La scoperta del caffè si fa risalire a circa 1500 anni fa. Si racconta che in Etiopia un novizio di un monastero Copto, addetto alla custodia di un gregge di capre, mentre gli animali stavano pascolando si addormentò. Al suo risveglio le capre erano sparite. Egli si mise alla ricerca seguendo le tracce, era ormai notte fonda quando le ritrovo intente a brucare da alcuni cespugli delle strane bacche rosse. Constatò che gli animali erano più vivaci e con difficoltà riuscì a distoglierli da quel pasto. Temendo che il Priore del convento gli infliggesse una severa punizione, decise di raccogliere alcuni di quei frutti, in quando in qualche modo doveva giustificarsi. Il Priore dopo una bella lavata di testa gli disse di consegnare quelle bacche al frate erborista. Questi, alcuni giorni dopo, verificato che le capre non erano morte, anzi appena libere si avviavano in direzione della zona dove crescevano quei misteriosi cespugli, stabilì che quelle drupe dovevano essere commestibili. Incuriosito ne assaggio alcune trovandole così disgustose che con stizza le gettò sul fuoco.

Al contatto con la brace le bacche iniziarono ad emanare un profumo gradevole che stuzzicava le narici. Dopo vari tentativi e solo nel 1200 gli Arabi scoprirono che a provocare quel invitante aroma era la parte interna della bacca, cioè il seme. Così venne in uso tostare e frantumare il chicco per poi metterlo a bollire in acqua. Era nato il caffè! Per alcuni secoli Yemen e Arabia detennero il monopolio del caffè, però nel 1600 un esploratore indiano riuscì a trafugare alcune bacche di caffè e a impiantare una produzione in India. In seguito in Africa vennero scoperte anche altre varietà. Oggi la produzione di caffè si è sviluppata in varie zone calde del mondo. Il termine “Caffè” sembra derivi dal Turco “kahwe”, altri sostengono che deriva da “Caffa” nome della zona dell’Etiopia dove gli arbusti crescevano spontanei.

Esistono varie varietà di caffè le più conosciute sono: Arabica, Robusta, Excelsa, Liberica, Rio e tante altre ancora.

Ci vollero alcuni secoli prima che la bevanda giungesse in Europa. Si dice che ad introdurla, intorno al 1570, siano stati i Veneziani. Nel 1700 la repubblica di Venezia contava oltre 200 locali che servivano caffè.