L’IVA SUGLI EBOOK DEVE ESSERE IL 22%. NON SONO LIBRI, MA SERVIZI

La Corte Europea di Giustizia si è pronunciata sull’ IVA da applicare sugli eBook i così detti  “libri digitali”, in quanto non sono da considerarsi da libri,  ma dei servizi e quindi non soggetti alla riduzione dell’IVA al 4%. Di conseguenza L’imposta sugli eBook, deve essere del 22%.
I giudici, hanno sostenuto che se l’IVA sui libri digitali fosse al 4% vi sarebbe disparità di trattamento  con altre tipologie di servizi. Vedremo come va a finire.
A dicembre la Commissione Europea sostenne il contrario cioè che non vi era differenza fra libro cartaceo e libro digitale.
C’è comunque da sottolineare che molti esperti del settore editoriale hanno da sempre sostenuto che il vero libro è solo quello stampato e scritto su supporto cartaceo o supporto similare.
In definitiva l’eBook non è un libro è un testo memorizzato in forma digitale.

LEGGERE… Ô NÒ LEGERE!!!

Seppur il titolo sia sol provocatorio, l’essenza del delir va oltre!

“To be, or not to be” scrisse William Shakespeare, nell’originale frase che viene pronunciata dal principe Amleto all’inizio del monologo che apre la prima scena del terzo atto della omonima tragedia.
Ovvero, tradotto in italiano: «Essere, o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli, porre loro fine? Morire, dormire… nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne: è una conclusione da desiderarsi devotamente. Morire, dormire. Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo, perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale deve farci riflettere. È questo lo scrupolo che dà alla sventura una vita così lunga. Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo, il torto dell’oppressore, la contumelia dell’uomo superbo, gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge, l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo che il merito paziente riceve dagli indegni, quando egli stesso potrebbe darsi quietanza con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli, grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa, se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte, il paese inesplorato dalla cui frontiera nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà e ci fa sopportare i mali che abbiamo piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti? Così la coscienza ci rende tutti codardi, e così il colore naturale della risolutezza è reso malsano dalla pallida cera del pensiero, e imprese di grande altezza e momento per questa ragione deviano dal loro corso e perdono il nome di azione.»
Rileggere questo famosissimo monologo penso possa sempre far piacere. Dopo questa succulenta e un po’ goliardica introduzione, or mi sovviene una riflessione: “Ma a fronte di italiani che leggono poco, William Shakespeare avrebbe forse scritto: «Leggere o non leggere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente subir colpi di penna o i dardi dell’oltraggiosa scrittura o prendere le armi contro un mare di asini e, contrastandoli, porre loro fine sui banchi? Scrivere, leggere…»” (Non allarmatevi, non ho preso un colpo di sole e neppur ho ingurgitato birra a fiumi).

Veniamo al dunque: non bastava fossimo quelli che non leggono, adesso siamo diventati anche quelli che non sanno scrivere? Ma questo sarà oggetto di altro articolo.

Spesso si sente dire che noi italiani leggiamo poco o non leggiamo affatto. Se stiamo alle statistiche di questi giorni il 60% di noi non leggerebbe neppure un libro all’anno e, del restante 40% solo una minima parte leggerebbe almeno un libro all’anno. I numeri sono poco incoraggianti, specialmente per chi scrive o pubblica libri.
Altri sostengono che in Italia vengono prodotti oltre 700.000 manoscritti all’anno e che di questi solo una minima parte raggiunga la pubblicazione. C’è chi sostiene che i titoli pubblicati siano 70.000, chi afferma poco più del doppio.
Considerato che i canali di pubblicazione sono molteplici, a mio avviso le suddette cifre sono approssimative, in quanto si va dai volumi cartacei provvisti di codici ISBN, agli eBook anch’essi provvisti di codice (di cui si ha certezza), a tutta una marea di pubblicazioni eBook sui Social o sulle piattaforme di scrittura condivisa e/o di selfpublishing.
A conti fatti forse non è del tutto vero che la gente legga di meno. Certo non legge in modo tradizionale, e di conseguenza si vendono meno: libri, quotidiani, riviste, ma penso che ancora si legga.  
Non dobbiamo neppure sottovalutare la buona volontà di chi scrive, pur avendo basi e padronanza della lingua italiana modeste e che corrono sempre il rischio di incorrere in orrori di vario genere! Incoraggiamoli, non umiliamoli, come invece di istruire sono portati a fare i Soloni… … A Napoli direbbero: “Nessuno nasce imparato…”.

Gabriele Mercati febbraio 2017

Se vi è piaciuto l’articolo e avete un attimo di tempo, visitate il mio catalogo libri, forse c’è qualcosa che v’intriga!!!   CATALOGO LIBRI

 


 

Da “PENSIERI DI BAMBINA” di Caterina Moscini

RIFLESSIONE di Caterina Moscini

Scrivere un libro per bambini alla mia età ha un significato profondo, almeno per me che ho vissuto oltre quarant’anni della mia vita nella scuola. Non deve sembrarecopertina pensieri di bambina un’operazione qualsiasi, quanto il desiderio di lasciare una traccia nel nuovo, una traccia che non sia quella della vecchia maestra superata per età ed esperienze nuove, bensì quella della guida che ha percorso tanta strada e ora è arricchita da conoscenze, esperienze importanti e da intuito professionale vivo. Scrivere letture per bambini o per ragazzi è una vocazione, secondo me, che permette alle nuove generazioni di giovarne … “è una narrazione tenera, di luoghi, sapori, volti, palpitazioni di sentire ancora sconosciuti: con dolcezza la scrittrice accompagna i lettori in un modo semplice di avvenimenti piccoli, ma unici e preziosi”…sostiene la Dott..ssa Lorena Giorgi che ne ha curato la prefazione. PENSIERI DI BAMBINA è il libro per bambini e per grandi, che riempie di luce, magia e leggerezza le ore di alcune giornate cupe della modernità; inoltre ricorda che è stato possibile , non troppo tempo fa, “formare” persone umanamente complete di valori essenziali che si basavano su cose semplici ma non superficiali.Questa è la missione vera del libro.

Un breve estratto da “PENSIERI DI BAMBINA”

“…Così ha inizio il rituale del travestimento; la zia Vittoria mi veste con gli abiti più impensati. Uno scialle nero della nonna, ricamato a fiori di campo, dalle frange lunghe di seta, si trasforma magicamente nell’abito più elegante e sontuoso, mentre mi avvolge a più giri il punto vita. Un grembiulino da cucina di lino bianco contornato di merletto raffinato si trasforma in una romantica blusa con gli sbuffi intorno al collo. Una collana di corallo rosso fiammante, segnata dal tempo e dal tarlo e appoggiata a doppio giro sul mio piccolo seno, ravviva e dà tono al personaggio appena creato…”

 

 

Gabriele Mercati Editore
Pubblicazioni:

  copertina e la vita   copertina pensieri di bambinaMatilda una donna moderna vissuta nel Medioevo 

Ying, il cinese e la ragazzaPandemia

Intervista rilasciata al Blog “ODI LETTERARI “

giovedì 28 aprile 2016

Il mestiere dell’editore: intervista a Gabriele Mercati

Gabriele Mercati è un giovane editore, non d’età, ma di spirito, nel senso che ha appena fondato la sua casa editrice, con la quale cerca di dar vita a una proposta editoriale alternativa, non corrotta dalle solite dinamiche dei grandi marchi e aperta agli esordienti. Un rischio e un onere, senza dubbio.

Gli abbiamo fatto qualche domanda per capire com’è nata la sua passione e dove crede di arrivare.

– Gabriele Mercati, scrittore, editore e contadino. Dimmi, è più complicato curare l’orto o un libro? E cosa dà più soddisfazione? 
– In prima battuta voglio ringraziarti per avermi dato modo di esprimere il mio parere. Posso definirmi un personaggio particolare, perché legato a realtà apparentemente antitetiche. Sono nato nel 1948, nelle campagne del ravennate, da una famiglia di agricoltori. Una famiglia che, seppur legata alla terra, era costantemente attenta all’innovazione in agricoltura, dunque al progresso tecnico. Già da bambino, questa condizione mi ha consentito di vivere in un mondo sempre in movimento e di fare esperienze importanti che hanno plasmato in me la curiosità del nuovo, il gusto per la sperimentazione e la ricerca di fantastici nuovi obiettivi. Dopo un diploma e l’impiego in un Ente pubblico ho continuato a essere legato alla terra, sia per aiutare il lavoro dei miei genitori che per affezione sentimentale. Ma anche all’interno dell’Ente non sono stato con le mani in mano, in quanto oltre alle incombenze d’istituto, ho cercato di specializzarmi in informatica. Dopo la pensione mi sono occupato di varie cose, perché l’inattività porta l’uomo alla necrosi della mente… Dal 2008 ho iniziato a scrivere romanzi, quasi per gioco, sulla base di uno stimolo trasmessomi da Ken Follet durante la lettura di Un Mondo Senza Fine. Nel 2009 terminai il primo romanzo Matilda una donna moderna vissuta nel Medioevo, saga il Ducato dei sette castelli. A tutt’oggi continuo a scrivere. Ho completato sette romanzi di cui quattro pubblicati (i primi tre con altri editori, il quarto direttamente da me). Essendo i miei genitori molto anziani, ho continuato parallelamente a curare una piccolissima produzione di verde ornamentale, il Ruscus, ancora in essere nel loro piccolo podere. Questa attività mi consente di ossigenarmi e di alternare il lavoro intellettuale a quello manuale con benefici sia fisici che mentali. Se sia più complicata un’attività o un’altra è difficile da stabilire, perché quando fai le cose con passione le soddisfazioni arrivano comunque e ti ripagano di tutta la fatica.
– Per quale pazza ragione ha scelto di diventare un editore?
– Ormai non è un mistero, per gli scrittori, soliti noti a parte, non è semplice trovare chi pubblica il tuo lavoro. Parto da questa prospettiva: c’è sempre del buono nell’impegno. Se hai portato a termine un lavoro investendo passione, ricerca, passione, meriti di essere valutato con serietà e rispetto. Dopo ore e ore di scrittura, di limatura del testo, di infinite riletture, ricerca di errori o di appropriate parole, è giusto che il tuo lavoro trovi corrispondenza. Mi è successo in prima persona…Ho un carattere indipendente e dover attende mesi senza una risposta mi innervosiva, in quanto non c’è peggior momento dell’attesa. Una attesa senza un assenso o un rifiuto è un dramma per l’autore. Gli editori sono subissati da richieste di pubblicazione e spesso e volentieri non si degnano neppure di inviare una email negativa, e tu resti lì come un allocco. Di conseguenza ho deciso di aprire la mia piccola casa editrice nata in primo luogo per la pubblicazione delle mie opere. A distanza di pochi mesi ho ricevuto diverse proposte di valutazione di manoscritti e auspicabile pubblicazione, pervenute direttamente da singoli autori e anche da agenzie letterarie. Proprio per rispetto di chi si propone e si mette in gioco, ho deciso di avere un rapporto diretto e sincero con chiunque mi contatti. E se un’opera non mi interessa o non mi convince ne voglio sempre dare comunicazione in tempi accettabili. Oggi in Italia è pazzesco operare in qualsiasi settore, editoria in primo luogo, però occorre andare avanti crederci e cercare di fare qualcosa di propositivo. Magari partendo dal basso e recuperando il senso artigianale di questo lavoro, che altro non è che un servizio offerto all’autore, una mediazione di qualità tra chi scrive il libro e chi lo legge.
– Qual è la sua prima impressione sugli addetti ai lavori? Si aspettava di meglio o di peggio?
Conoscevo già abbastanza bene il mondo dell’editoria anche prima di mettere su la casa editrice. Oggi sono quello che in gergo si chiama l’ultimo arrivato, ma non mi reputo impreparato… Quando intraprendo un’attività oppure ho una nuova idea mi documento il più possibile.  Di conseguenza, per ora, non ho avuto troppe sorprese, d’altra parte occorre sempre stare coi piedi per terra. Fissare i propri obiettivi e avere un rapporto collaborativo con tutti gli altri attori in gioco. A mio avviso c’è posto per tutti e non c’è bisogno di dare spallate o tirare colpi bassi. Se lavori con coscienza qualche risultato dovrebbe arrivare.
– Cosa cambierebbe del mondo editoriale?
La distribuzione, che, in special modo per le librerie indipendenti, ha una filiera troppo lunga, con scarsi introiti per il libraio e l’editore e conseguentemente anche per l’autore. Occorrerebbe riuscire a produrre i libri a costi più bassi onde favorire il lettore che è il nostro fruitore. Io sono molto legato al vero libro che è quello cartaceo, ma ha costi più alti rispetto a un eBook. D’altra parte l’eBook risulta molto comodo, ma purtroppo non è un libro. Su questo non transigo. Una cosa è il cartaceo, un’altra un testo su supporto digitale… Ma fortunatamente il digitale non piace a tutti e c’è ancora chi continua a pretendere un rapporto diretto e tattile con la parola stampata.
– Cosa ne pensa degli editori a pagamento?
Può suonare triste, ma da una mia analisi ritengo che nessun editore possa essere definito assolutamente non ha pagamento. Ti spiego il concetto:  Il No – EAP è una invenzione di alcuni blogger o giornalisti del ramo che pur di dar lustro al loro casato hanno iniziato a sbandierare il concetto, di per sé ambiguo. Con questo non voglio dire che non siano successi o non succedano ancora episodi scandalosi, vergognosi, indefinibili… E dobbiamo essere tutti grati a chi ha smascherato il malcostume di truffatori e imbroglioni. Di sicuro questo malcostume ha in special modo disorientato gli autori e specialmente gli esordienti. Non è accertabile che a fronte di una pubblicazione ti vengano richiesti duemila, tremila o quattromila euro seppur mascherati sotto forma di fornitura di libri. Chi ti chiede cose del genere non ha la minima voglia di investire sul tuo libro, non crede in ciò che hai scritto, vuole solo guadagnare sulle tue illusioni e le tue velleità. Ci sono passato, ma considerato che sono sempre attento non sono caduto in questa rete di approfittatori. Poi ci sono le sfumature del caso.  Si può pubblicare un esordiente e non solo, chiedendogli di acquistare qualche libro senza doverlo svenare, in quanto per rispetto allo stesso sulle copie va applicato uno sconto… Io, per esempio ho deciso di operare in questo modo, primo perché non posso permettermi di fare altrimenti, poi perché ho bisogno che anche l’autore entri nell’ordine d’idee che è importante autopromuoversi e impegnarsi per vendere qualche copia.Personalmente chiedo all’autore di fare un piccolissimo investimento su se stesso acquistando almeno venticinque copie del suo libro, al quale applico uno po’ sconto sul prezzo di copertina. Questa, che può apparire come un’imposizione, non va vista come una pubblicazione a pagamento in quanto l’autore se vuole promuoversi è, diciamo, obbligato a fare delle presentazioni o a proporre il suo testo ad amici. In queste presentazioni può vendere i libri acquistati recuperando la spesa, avendone un beneficio d’immagine. Quando ero solo scrittore ho sempre acquisto volontariamente almeno cento copie che mi sono state utilissime per farmi conoscere. Ovviamente ho contrattato e ho cercato di avere il massimo dello sconto. Per chi non lo sapesse è bene ricordare che i grossi editori pubblicano gratuitamente solo i soliti noti. Nessuno ti regala niente. E anche a fronte di un importante editore per promuovere il tuo libro devi battagliare, rilasciare interviste, organizzare presentazioni, andare in TV ecc. ecc. Insomma il mercato è saturo e occorre uscire fuori dal nido. La manna non cade dal cielo… Comunque anche l’editore deve fare promozione, aderendo a fiere, partecipando a trasmissioni TV, eventi, inviando copie omaggio ai giornali, ai blog, ai media ecc. ecc. D’altra parte gli addetti ai lavori (stampa e autori) devono aver ben presente che l’editore come pure l’agenzia letteraria, il libraio e il tipografo sono degli imprenditori e come tali operano. Nessuno può permettersi di rischiare il proprio denaro. Alla base dunque bisogna scegliere di lavorare con testi di qualità, scegliendo solo ciò che può avere rilevanza letteraria o commerciale, poi c’è bisogno di un piano specifico per contenere i costi di gestione e produzione.
– Quali consigli darebbe a chi vuole aprire una casa editrice?
Credere in un futuro diserso. Dar voce agli esclusi. Essere disponibili a collaborare con gli autori, specialmente gli esordienti che sono i più esposti alle false lusinghe dei furbetti.
– Cosa sono le Cantine di Platone?
“Cantine di Platone” è il titolo di una trasmissione televisiva a cui ho partecipato e collaborato, ideata dell’emittente DI.TV con sede a Imola, che trasmette sui canali 90 – 71 –  17 del digitale terrestre. L’emittente è visibile in Emilia Romagna, Marche, Sud Lombardia e Sud Veneto, e in streaming sul sito http://www.di-tv.net/ . Ha un buon ascolto e molti telespettatori affezionati. Le puntate già andata in onda sono visibili attraverso Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=3T6XOPDPrUo  (questo link porta a una delle dieci puntate a cui ho partecipato, ma ci sono anche le altre). In questo momento, per quanto mi risulta, il format è temporaneamente sospeso, in quanto è stato sostituito da una simile trasmissione dal titolo “Storie e” alla quale ho partecipato (ecco il link  https://www.youtube.com/watch?v=BzGMOLBF5D). “Storie e” è una trasmissione più generalizzata, che tratta gli argomenti i più disparati. “Cantine di Platone”, invece, era un programma prettamente culturale, finalizzato alla presentazione di libri e a far conoscere gli autori. Non è detto che la trasmissione possa anche essere riproposta, in quanto appena avrò pubblicato un discreto numero di autori (auguriamocelo) proporrò all’emittente di fare eventualmente uno speciale.

Ringrazio “Odi Letterari” per avermi dato modo di rispondere a questa intervista
http://odiletterari.blogspot.it/2016/04/il-mestiere-delleditore-intervista.html

Cose d’altri tempi “La macchinetta del Flit”

Chi come me è nato negli anni quaranta o cinquanta certamente la ricordà. Era una pompetta che serviva per spruzzare l’insetticida contro mosche, zanzare, pidocchi e altri insetti fastidiosi o dannosi.

Quella della foto è marchiata D.D.T. l’utilissimo, ma altrettanto pericoloso Dicloro-Difenil-Tricloroetano sigla (DDT).

Il chimico austriaco Othmar Zeidler, lo sintetizzo nel lontano 1873, mentre nel 1939 il chimico svizzero Paul Hermann Müller alla ricerca di un insetticida contro i pidocchi, ne scopri l’efficacia contro questi parassiti. Questa scoperta nel 1948 gli valse il premio Nobel per la medicina.

macchinetta del flit

macchinetta del flit

Il DDT è una sostanza cristallina incolore, insolubile in acqua, mentre lo è in solventi e sostanze oleose. In Italia generalmente veniva commercializzato con il nome “Flit”, anche se potevano essere presenti anche altri marchi. Dagli anni 40, ma in special modo degli anni 50 e 60 se ne fece grande uso per combattere la zanzara anofele responsabile della trasmissione di malaria e tifo. Con l’uso di questo insetticida in Europa e Nord America è stata debellata la malaria responsabile fino agli anni 50 di molte morti. Dal 1945 venne massicciamente impiegato anche come insetticida in agricoltura e questo provocò un forte impatto ambientale, in quanto questa sostanza è molto persistente e si accumula nel terreno, restandovi per decenni. Il DDT può essere dannoso per molte specie di pesci e di piccoli animali alla base della catena alimentare. Alla fine degli anni sessanta si iniziò a sospettare che potesse essere cancerogeno e nel 1972 negli U.S.A. ne venne proibito l’utilizzo. In Italia venne messo al bando nel 1978. Purtroppo in Asia, Africa e Sud America la malaria colpisce ancora, si stima che ogni anno le persone contagiate siano diversi milioni. In queste zone il DDT viene ancora utilizzato, ma con interventi mirati e sotto il controllo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Recenti studi porterebbero a ritenere che non sia cancerogeno per l’uomo, questa è

Per molti di noi la macchinetta del Flit, ci riporta romanticamente a momenti della nostra giovinezza. Non possiamo dire altrettanto per il DDT del quale probabilmente non si è scoperto ancora tutto.

Cose d’altri tempi “Storia del caffè”

macinino

Antico Macinino

Il macinino del caffè e la vecchia caffettiera.
Sulla sinistra della foto e rappresentato un vecchio macinino per il caffè, un oggetto un tempo utilizzato dalle nostre nonne. Sulla destra vediamo una caffettiera in ottone di fattura Araba. Gli Arabi ebbero un ruolo essenziale nella diffusione del caffè nel mondo.

Il macinino a mano e la vecchia cuccuma, per le nostre zone sono oggetti ormai sorpassati. Adesso i macinini sono elettrici, la caffettiera è stata sostituita dalle macchine espresso.

caffettiera

vacchia caffettiera

Oggi dì specialmente per usi casalinghi, si sta passano alle macchine espresso utilizzano le capsule con dentro la giusta dose di caffè macinato. Non dobbiamo però dimenticare la vecchia napoletana e la gloriosa moka. Per giungere a tutto questo il percorso è stato lungo ed è interessante ricordarne la leggenda.

La scoperta del caffè si fa risalire a circa 1500 anni fa. Si racconta che in Etiopia un novizio di un monastero Copto, addetto alla custodia di un gregge di capre, mentre gli animali stavano pascolando si addormentò. Al suo risveglio le capre erano sparite. Egli si mise alla ricerca seguendo le tracce, era ormai notte fonda quando le ritrovo intente a brucare da alcuni cespugli delle strane bacche rosse. Constatò che gli animali erano più vivaci e con difficoltà riuscì a distoglierli da quel pasto. Temendo che il Priore del convento gli infliggesse una severa punizione, decise di raccogliere alcuni di quei frutti, in quando in qualche modo doveva giustificarsi. Il Priore dopo una bella lavata di testa gli disse di consegnare quelle bacche al frate erborista. Questi, alcuni giorni dopo, verificato che le capre non erano morte, anzi appena libere si avviavano in direzione della zona dove crescevano quei misteriosi cespugli, stabilì che quelle drupe dovevano essere commestibili. Incuriosito ne assaggio alcune trovandole così disgustose che con stizza le gettò sul fuoco.

Al contatto con la brace le bacche iniziarono ad emanare un profumo gradevole che stuzzicava le narici. Dopo vari tentativi e solo nel 1200 gli Arabi scoprirono che a provocare quel invitante aroma era la parte interna della bacca, cioè il seme. Così venne in uso tostare e frantumare il chicco per poi metterlo a bollire in acqua. Era nato il caffè! Per alcuni secoli Yemen e Arabia detennero il monopolio del caffè, però nel 1600 un esploratore indiano riuscì a trafugare alcune bacche di caffè e a impiantare una produzione in India. In seguito in Africa vennero scoperte anche altre varietà. Oggi la produzione di caffè si è sviluppata in varie zone calde del mondo. Il termine “Caffè” sembra derivi dal Turco “kahwe”, altri sostengono che deriva da “Caffa” nome della zona dell’Etiopia dove gli arbusti crescevano spontanei.

Esistono varie varietà di caffè le più conosciute sono: Arabica, Robusta, Excelsa, Liberica, Rio e tante altre ancora.

Ci vollero alcuni secoli prima che la bevanda giungesse in Europa. Si dice che ad introdurla, intorno al 1570, siano stati i Veneziani. Nel 1700 la repubblica di Venezia contava oltre 200 locali che servivano caffè.

La mia miscoscopica casa editrice sta per iniziare la sua attività.

Il sito è in costruzione quindi non pretendete di trovarci chissà ché.
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Fra qualche giorno sarò operativo come casa editrice, non ho grandi pretese, ma intendo lavorare in sinergia con gli autori che si affideranno a  me. Occorrerà tagliare i rami secchi, ovvero la tradizionale figura del Distributore che, privilegia solo i grossi gruppi Editoriali, a discapito dei piccoli. Questa figura un tempo basilare, con l’avvento di Internet a mio modesto avviso è divenuta superflua o quasi per i piccoli (sembrerà un controsenso, ma pensateci bene….),

Per favorire i lettori occorre contenete i costi del prodotto Libro, quindi qualcosa va eliminato ed entra in uso il termine “Filiera Corta”.
Io nel mio piccolo cercherò di eliminare il Distributore classico a favore di Distributori dinamici e moderni che fanno grande uso della rete. Ogni tanto un pazzo ci vuole….
Qualcuno potrebbe dire eliminiamo tutti i soggetti intermedi ed autopubblichiamo su eBook, perfetto trovato l’arcano…risolto il problema. Magari fosse così semplice, difatti anche la rete è inflazionata di titoli. Quindi… BOH!!!! che si fa???
Io amo ancora il cartaceo che è il vero LIBRO. Gli esperti mondiali dicono che l’eBook non sia un libro, ma un testo su supporto elettronico volattile, vedete voi…..
Con questo articolo sono conscio di provocare un vespaio, ma mi prude la lingua, anzi mi fremono le dita sulla tastiera …

Se qualcuno vorrà contatarmi per proporre un manoscritto lo analizzo, pertanto contattatemi  via email proponendo prima breve sinossi, corredata breve curriculum.

email: vino_s@hotmail.com