Sceneggiature

In questa sezione del sito vi presento i soggetti di due commedie:
– Veronica la vendicatrice (commedia drammatica);
– E’ Mert Lov (Martedì Grasso. Commedia in dialetto romagnolo).

Avvertenza:
Il soggetto e la sceneggiatura sono stati pubblicati nel libretto dal titolo “Due Momenti Teatrali

© Copyright 2015 Gabriele Mercati
Tutti i diritti riservati
Stampato in Italia presso Thefactory 
per il Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A.
tramite il servizio del sito
IL MIO LIBRO

Chi fosse interessato alla messa in scena delle stesse può contattarmi.

Provvederò ad inviargli le sceneggiature complete.

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Veronica la vendicatrice

Soggetto:

Veronica è una giovane donna di 28 anni, stanca di subire le violenze di quel fannullone di Ruggero, il marito, dopo avere subito l’ennesimo pestaggio in preda alla disperazione e presa da un raptus lo colpisce violentemente al capo con un mattarello. Il macabro evento avviene mentre Genova è sotto ad un violento temporale, una bomba d’acqua, che sta per far esondare il torrente Fereggiano. La sua casa si affaccia sulla via Fereggiano che affianca il pericoloso corso d’acqua. L’atto violento avviene mentre è in corso l’alluvione. La donna getta, non senza fatica, il corpo del consorte agonizzante giù dalla finestra in quella che poche ore prima era la strada, ormai trasformatasi in un turbolento fiume di limaccioso liquido formato da fanghiglia, carcasse d’auto e di ogni genere di masserizie. L’uomo solo stordito per qualche attimo si riprende e tenta di resistere alla corrente, ma è frastornato, stremato finisce sotto e sparisce travolto da alcune carcasse d’auto che si aggrovigliano. Veronica riesce a farla franca, in quanto l’autopsia stabilisce che è annegato e che le ferite e i colpi in testa sono il risultato degli scontri con ostacoli di ogni genere. La donna dopo un iniziale turbamento, quasi gioisce della sua criminale azione e giorno dopo giorno in lei matura la convinzione che dovrà ergersi a paladina delle donne. Diverrà una cacciatrice di maschi colpevoli di femminicidio, o di despoti tiranni che considerano le donne oggetti per i loro porci comodi. Alla soglia dei 35 anni avrà giustiziato 6 maschi e una femmina. È scaltra, freddamente determinata e molto preparata nell’uso delle armi e nelle arti marziali. Fino a quel momento è sempre riuscita a farla franca, si è creata una doppia identità: quella della di vedova che continua a svolgere il mestiere di parrucchiera per signore e quella di spietato e insospettabile killer. Tutti i delitti rimangono irrisolti tranne il penultimo, per il quale viene accusata la giovane convivente della vittima, un maturo uomo d’affari. Stefania, la ragazza non ha un alibi plausibile e viene arrestata. Veronica non può accettare che un innocente, già vittima di soprusi, marcisca in galera. Medita per qualche giorno poi si presenta in Questura per autoaccusarsi, la Polizia non le crede, pensano sia una mitomane. Ma lei insiste e il magistrato inquirente dott.ssa Anchiari, dispone una perizia psichiatrica che, da esito nullo. Veronica non ha disturbi della psiche e le prove che sta portando sono plausibili, ha commesso troppi crimini e la sua coscienza non ne sopporta più il peso, di conseguenza racconta delitto, per delitto. La Dott.ssa Anchiari è esterrefatta quasi commossa per l’atteggiamento della donna, se potesse la farebbe fuggire, perché la legge è la legge, ma quel gesto di onestà fa apparire Veronica quasi una eroina, una persona che ha fatto qualcosa per le sue simili anche se è un qualcosa di mostruoso ed ora anela la giusta punizione.

Veronica ha un Avvocato d’ufficio, una giovanissima donna che si è fatta in quattro per lei. I delitti sono avvenuti in differenti giurisdizioni e alcuni dei collegi giudicanti sono inflessibili viene condannata a due ergastoli. Il suo legale vorrebbe ricorrere in appello, ma Veronica non accetta, vuole pagare il suo debito con la società, perché quello con Dio essendo una miscredente pensa di averlo già pagato. Molti luminari del foro: legali di grande fama si sono offerti di patrocinarla, ma lei non ne è interessata, non rilascia interviste e odia il fragore mediatico.

La commedia ha una sua originalità in quanto Veronica è interpretata da 3 attrici che rappresentano lei stessa, il suo Demone interiore e la sua Coscienza. Fra Demone e Coscienza s’innescherà in continuo dissidio! Chi dei due prevarrà?

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E’ MERT LOV

Soggetto:

La storia si svolge nelle campagne Romagnole, in uno dei tanti paesi: Filetto e dintorni. Siamo negli anni trenta, in pieno fascismo, dove la popolazione rurale cerca di sopravvivere ai tanti momenti di miseria, illudendosi che il regime farà qualcosa anche per loro e non solo per i proprietari terrieri. La storia in buona parte è vera ed è tratta da momenti di vita di Pasquale Foschini (det: e’ Gueran = il Governo) cioè mio nonno materno, che chiamerò di seguito “e’ Gueran”. Personaggio abbastanza emblematico come si può subito notare dal soprannome. Era un uomo che, pur essendo analfabeta, aveva una certa cultura specialmente datagli da esperienze di vita, in quanto era stato via di casa per ben 7 anni (tre anni di servizio militare di leva e quattro durante la grande guerra) questo gli aveva permesso di conoscere tanti luoghi e molte genti e di apprendere verbalmente moltissime nozioni. Aveva un carattere goliardico e nello stesso tempo autoritario, nonché la capacita, probabilmente innata, di comporre filastrocche (zirudel) e sonetti che poi assieme agli amici cantava nelle osterie.

Sapeva farsi voler bene, anche se a volte nelle sue Zirudel prendeva di mira vicini di casa, amici e compaesani. Non era Fascista (discendeva da una famiglia di Republicani) ma era riuscito sin quasi alla fine del regime a non prendere la obbligatoria tessera fascista.

Faceva il mezzadro in un piccolo podere sito nelle vicinanze di Sullo, una delle borgate di Filetto di Ravenna. Era sposato con Maria Babini “La Mariuccia” gran lavoratrice e donna con un’infinita pazienza in quanto a volte “e’ Gueran” era piuttosto farfallone…e quando poteva cercava la via dello svago…specialmente l’osteria e il bon bere. Avevano tre figli ed in quel contesto tirare avanti la famiglia non era di certo agevole, ma era comunque la realtà nelle campagne in quel tempo.

La vicenda è focalizzata nell’arco di 7-8 mesi inizia con la mietitura e finisce con il carnevale dell’anno successivo.

(Nota: Al di fuori dei personaggi che riguardano i miei parenti, per tutti gli altri ai fini della privacy userò nomi casuali anche se a volte simili)

Nella prima scena descrivo l’arrivo de Gueran all’osteria che chiamerò “L’Ustaì ad Sfujzò”, dove sono possibilmente incentrate la maggior parte delle scene. Cercando di adattarvi qualche fuori campo. Alcune scene sarebbero molto più accattivati se vi fosse la possibilità di rappresentarle con un minimo di scenografia esterna (ma i cambi di scena in teatro sono sempre un problema e le attrezzature costano. Suggerimento proiezione di immagini di esterni sui fondali)

E’ Gueran arriva quella sera all’osteria molto presto e Sfuiazò si stupisce. E’ Gueran racconta che è morto certo Pangastel e come è morto e ne trae i commenti del caso. L’oste si stupisce, arrivano altri avventori e con gli amici si mettono a giocare le carte. L’oste serve il primo giro di vino. Arriva il brigadiere dei Carabinieri con un milite che subito si mette a fare storie, perché non gli aggrada che la gente che ha poco da mangiare trovi poi sempre i soldi per bere. C’è il solito diverbio con “e’ Gueran” i due si odiano in quanto mio nonno sino a qualche mese prima era gran amico del Maresciallo, un ubriacone veneto, trasferito e non ancora sostituito. Il brigadiere è geloso del fatto che il suo superiore familiarizzasse con un civile. Dopo qualche battuta i due si calmano ed i carabinieri escono. C’è qualche giro di carte, una bevuta.

Poi arriva un altro avventore e racconta che Tugnaz si è trovato una moglie e a breve si sposerà, è una ragazzina di appena 17 anni figlia di un fiocino di Mandriole con ben 14 femmine ed una miseria che gli sfoglia le ossa. Ci sono commenti: Tugnaz è un contadino facoltoso, ma ha già 50 anni cosa se ne farà di quella bambina?!

Si torna alla scena con l’osteria ma sono passati giorni i lavori nei campi sono proseguiti i covoni portati sull’aia e ammassati nella bica ed a casa de Gueran c’è stata già la battitura del grano.

Un avventore, Gustavò chiede al Governo come sia andato il raccolto poi perché la sera precedente non sia passato di lì? E’ Gueran risponde che è stato al matrimonio di Tugnaz dove ha dovuto fare da testimone. C’è dello stupore e la richiesta di raccontare quella festa. Arriva Serse un giovane aitante non ancora trentenne, già vedovo però. Questi è il cugino del cognato de Gueran ed è il garzone di Tugnaz. Anch’egli era ovviamente allo sposalizio ed a quel punto i commenti sulla sposina si sprecano! Comunque è l’unico che ha abbracciato e baciato la sposa, in ogni caso in quell’abbraccio e’ Gueran ha visto del losco, perché lei ha indugiato troppo e dall’angolazione in cui guardava e’ Gueran, s’è visto che lui ha allungato una mano. Gatta ci cova….

La serata passa tranquilla fra gioco e una nuova zirudel composta al momento da e’ Gueran:

“U i era un cuntadé ch’ l’era un gran sgnor,
è staseva mej che un dutor, (ritornello)

L’aveb una cativa idea,
ad marides cun una Dea.

Li ancora una babena
lo un vec stort coma una furzena,
cun era adat gnac ad spusé l’Ernistena

L’Ernisrena cla veca scumbineda,
cla bateva par la streda?

…. (ritornello)

Moh l’è arivè un Tabacàz,(Batardaz; Burdlaz)
mi signor pur Tugnaz…..
(ritornello)

Si spengono le luci saluti e tutti a casa ….

Qualche giorno dopo sempre all’osteria che fa anche da spaccio per la zona e vende qualche prodotto alimentare, di drogheria e varie.

Arriva Tugnaz con Teresina, la nuova sposina, la vuole presentare all’oste ed accreditarla per gli acquisti di cui necessitano.

Lei è una bellissima fanciulla vestita con abiti eleganti, ma Tugnaz la mette in difficoltà perché essendo un gran sbruffone deve dimostrare all’oste e all’ostessa che lui per quella ragazza non ha badato a spese. Le ha fornito tutto il corredo e comprato un guardaroba da regina. “La purena l’hai aveva sol do pera ad mudand arpzedi e un stidì tot smalvì” commenti e dialogo che metto maggiormente in evidenza il carattere e la cafonaggine di Tugnaz. La ragazza ci rimane male…è figlia di povera gente, ma non è stupida e nella sua modestia ha una dignità.

Entra anche Serse. Tugnaz vedendolo vuole sapere perché il suo garzone si sia fermato?

Il giovane si giustifica dicendo che ha visto il calesse ed ha pensato che il padrone volesse sapere subito com’era andata la consegna dei buoi al mercato di Forlì. Teresina quando lo vede si mete in disparte è tesa quel ragazzo l’attira, in quanto lui si dimostra subito premuroso e l’aiuta a portare nel calesse alcune sporte con dentro generi vari. ( in fuori campo: Serse fa alla ragazza delle avance a bassa voce).

Nel frattempo Sfujzò, l’oste e, Tugnaz si sono recati in cantina. L’oste non è contento del vino che gli ha fornito ultimamente, anche perché e’ Gueran gran conoscitore del buon vino, gli ha riferito che in giro c’è di meglio, “Che vè l’ha è ché da bôta?!” , (In fuori campo: c’è un battibecco…..

I giovani rientrano nel locale ed essendo soli continuano il loro dialoghi… sino al ritorno dell’oste e di Tugnaz. Ma nel frattempo Cisira indaga sulla prima notte di matrimonio degli sposi novelli…

Qualche mese dopo, è inizio ottobre, all’osteria alcuni avventori presenti.

Entra Lo Monico il nuovo brigadiere dei Carabinieri appena arrivato, è seguito dal Maresciallo Fulgenzio Galletti assegnato alla stazione di Filetto da appena un mese. Il Maresciallo è nato sulle colline Imolesi parla il dialetto ed ha subito familiarizzato con i campoagnoli, racconta che il vecchio Brigadiere è stato trasferito alla tenenza di S. P. in Vincoli. Il sottufficiale fa con e’ Gueran un commento, sono divenuti amici.

Il Maresciallo è fuori servizio e dopo la presentazione il brigadiere esce in quanto un carabiniere lo attende fuori, sono di pattuglia. Mentre il Maresciallo si siede ad un tavolo e si mette a giocare a carte con e’ Gueran e soci. Dialoghi e commenti il Maresciallo che non è uno stupido frequenta quel luogo per conoscere quello che avviene in zona, i Carabinieri devono essere edotti su tutto. Gli piace anche il bere e per essere più credibile famigliarizza con i paesani, ma a volte è troppo realistico e traviato dall’amico e’ Gueran si prende anche qualche sbronza.

Finita la partita escono tutti, ma Cisira trattiene Serse gli deve parlare di Teresina, anche la ragazza si sta innamorando di lui.

È passata quasi una settimana e domenica e tutti gli amici sono all’osteria, arrivano gli squadristi fascisti che cercano e’ Gueran, non ha la tessere del fascio e lo obbligano a prenderla, è presente anche Cesarino il sensale, lui non la vuole, nasce una collutazione, sarà Dalgisa salvare la situazione.

Qualche giorno dopo sempre all’osteria entra Teresina cerca Cisira si deve confidare.

Una settimana dopo l’oste ha da offrire il nuovo vino e quello acquistato dall’amico e buon cliente e’ Gueran. L’annata è stata favolosa quel vino è gustoso e con molti gradi. Anche il Maresciallo è presente, ad una occasione come quella non può mancare e la sbronza è assicurata.

È metà mattino un carabiniere seguito dalla moglie del maresciallo si presenta all’osteria, il sottufficiale la notte prima non è rientrato.

Mandano a chiamare anche e’ Gueran che assicura che si sono lasciati poco dopo mezzanotte ed ognuno è tornato in bicicletta verso la propria abitazione. Tutto il paese è mobilitato alla ricerca del disperso: lo ritroveranno sotto una siepe di spini “Maruc” che dorme beato. Era talmente sbronzo, che ad una curva, invece di svoltare è andato dritto, finendo nel fossato, ha urtato la siepe di spini che delimita il prospiciente campo. È dolorante ed ha tutta la faccia paurosamente graffiata. Quel tipo di spini ha aculei lunghi più di due centimetri.

Per il sottufficiale non è stato un buon comportamento. Che figura ci sta facendo l’arma? Quindi ne subisce le conseguenze. In zona si sa cosa è successo e qualche maligno informa il superiore che comanda la tenenza di S. P. in Vincoli. L’ufficiale gli fa una bella lavata di testa. Ma il sottufficiale riesce a cavarsela, perché convince il superiore che in quel modo riesce a famigliarizzare con la gente e a sapere più cose sulla vita paesana. Ne è la riprova il recente arresto di alcuni ladri di polli, avvenuta grazie allo sparlare di un popolano, che vedendolo più vicino a loro si è confidato. Il dialetto che parla il sottufficiale è il romagnolo e la gente lo sente uno di loro. La diffidenza verso le forze dell’ordine specialmente in Romagna è atavica e risale a secoli addietro al tempo dei Papalini.

Osteria: è il mattino entra la Dalgisa, la vedova del bracciante Fredo ad Gundò, che abita nella Minarda zona al confine con il forlivese. La donna trentenne bella e prosperosa è piuttosto volgare e di facili costumi. Poveretta che poteva fare, lei donna di città si è sposata per amore con quel bel giovane e per amore ha accettato di vivere modestamente. Ma la polmonite se l’è portato via appena due anni dopo. Di lui ha rimasto solo la modesta casa di proprietà. Ha provato ad andare a lavorare nei campi, ma non ne è stata capace, sa fare la sarta, ma in paese quelli che hanno soldi per farsi vestiti nuovi sono pochi. Così quando capita per arrotondare fa anche qualche extra….. Dalgisa deve acquistare una pezza di mussola per farci dei completi per signora: camicia da notte e mutande e reggiseno, il tutto finemente ricamato, che poi venderà ad un negozio di Russi. Una amica di città le ha regalato un giornale di mode. L’ha con sè e lo mostra all’ostessa convincendola che se anche lei andasse a letto con un bel completo, Sfujazò lo gradirebbe.

Entrano Serse e Teresina e l’ostessa subito chiede perché la giovane non sia accompagnata dal marito. Il garzone risponde che il padrone è a letto con la sciatica, così ha dovuto accompagnare lui la padroncina. Dalgisa subito cerca di fare una nuova vendita e propone alla ragazza qualche bel capo ricamato. Teresina è interessata, ma prima deve sentire cosa ne pensa Tugnaz, le saprà dire. La giovane chiede a Dalgisa se le insegna a tenere in mano un ago non vuole divenire sarta, ma vorrebbe almeno saper rattoppare gli indumenti da lavoro. Dalgisa è titubante perché se questa impara a cucire, lei perde una probabile cliente.

L’ostessa accompagna in magazzino Teresina per farle vedere dei fagioli, i loro si sono rovinati, “i togn” li hanno danneggiati tutti e devono comprarli.

Serse che a volte se l’intende con la Dalgisa, approfitta del momento, sono soli e la convince di dare lezioni di cucito alla ragazza così avrà più occasioni per corteggiarla. Qual miglior luogo per incontrarla in segreto presso la casa di Dalgisa, che è immersa nel mezzo della campagna. Anche se qualcuno lo vedesse penserebbe che se la sta spassando con la donna. Inoltre gli chiede di dargli una mano per circuire Sfujazò vuole che Cisira lo scopra magari in cantina con Dalgisa, il tutto deve essere uno scherzo perché Serse deve vendicarsi delle illazioni fatte dall’oste su lui e Teresina.

L’è sa’martèn, a l’usterì ad Sfuiazò fervono i preparativi, l’oste e e’ Gueran stanno preparando la “corsa di Becc” una classica. (È San Martino e all’osteria fervono i preparativi per la corsa dei cornuti.)

Nel tardo pomeriggio parte la gara, (gara e tifo fuori campo) come al solito fanno vincere il solito sempliciotto al quale viene assegnato un trofeo formato da due corna. Il vincitore dovrà offrire ai presenti il primo giro di vino, mentre per quell’occasione l’oste offrirà le caldarroste.

La serata si infiamma fra canti e bevute. E’ Gueran ha una nuova zirudela:

L’è pasé zà un an
e di becc un gnè piò stân.

Mò chisà pù e’ parché
che a Flett u j è piò
curneza che a Furlé. (ritornello)

E mi amig sta atet naca té,
parché e vè la volta cut
toca propri a té.

Esar becc un è una gran malatì
quel cl’importa l’è che a la tu dona
tai stega incora drì.

E pu dop cuntat te t’cì.
(ritornello)

Passate le feste di Natale tutto prosegue e si arriva al Martedì Grasso (E’ Mert Lov)

Come al solito Sfuiazò ed e’ Gueran devono inventarsi qualcosa. Ci vuole una vittima la scelta cade su Paulet: un sempliciotto loro amico che spesso durante il gioco a carte, deridono, perché lo ritengono represso e succube della moglie. Lui è un tipo magro con la faccia slavata, lei una bersagliera con un prosperoso davanzale. Pauelt è un tipo a cui piace parlare di donne anche se in realtà non ha mai tradito la moglie. Questo sarà il soggetto dello scherzo, le donne. Ad avvalorare la scelta avviene che una cugina della Marjâna, la moglie di Paulet, ha partorito lei abita a Ravenna. La Marjâna nella mattinata del martedì grasso raggiunge, proprio in. Paulet è solo a casa quale miglior occasione per metterlo in difficoltà. C’è poco tempo per preparare il tutto, intanto che Sfuiazò corre a Russi sulla sua motocicletta (e’ mutor), per farsi prestare due parrucche da un amico custode del teatro. E’ Gueran trova due paesani maschi che si offrono come figuranti e con l’aiuto della Dalgisa, che fa anche un po’ da parrucchiera li truccano da gran dame e nel tardo pomeriggio parte la burla. Come al solito sono tutti all’osteria Sfuiazò per attirare gente ha deciso di offrire le frappole e la ciambella. Il solito tavolo poco distante dalla porta dove e’ Gueran, Gustavò e Paulet ed e’ Panzò fanno la solita partita a carte, ad un certo punto fra uno striscio e un busso, entrano due gran dame elegantemente vestite. Dicono all’oste che vengono da Cervia dirette a Faenza e che hanno forato la bicicletta. Anche se qualcuno riparasse la foratura, ormai è tardi e non si azzardano di viaggiare di notte. Cercano una stanza, ma l’oste afferma che non ha stanze la sua non è una locanda. Paulet drizza le orecchie e il Governo gli suggerisce che è l’occasione giusta potrebbe ospitarle, lui è solo e quelle due hanno una faccia che non sbaglia, chissà cosa potrebbe succedere durante la notte. L’uomo si avvicina e l’oste lo presenta e le due dame fanno un po’ le schive poi accettano la sua ospitalità. Fuori campo o esterno si avviano e c’è una scena esilarante: la più matura si ferma e si gratta una gamba finge che le scenda una calza, alza un po’ la gonna mostrando le formose cosce. Paulet è esterrefatto, gli occhi gli girano, la testa pure, già pregusta una nottata da sballo, lui che non ha mai avuto altra femmina che la moglie.

Arrivano a casa, ma ad attendere l’allegra comitiva c’è la Marjâna e scoppia il caos???

In seguto e’ Gueran Comporrà una nuova zirudela che per anni verrà cantata nelle osterie e che qualcuno (pochi purtroppo) della zona in parte ricorda:

La rappresentazione finisce con tutti gli attori che intonano la filastrocca:

E’ mert lov int l’ustarì
us faseva la partì.

U’ j era e’ Gueran e Gustavò
Paulet con e’ Panzò.

Tra un stress, un boss
e quelc litar ad vè bò
as magnèsum nac un zamblò.

Quend l’intret do bel zuvnoti
ch’al d’mandeva da durmì
Paulet us elza in pì
ed è cor sobit a la drì.

«Oh mie dolci signorine
al putreste avnire a ca’ mi».

«Signore, ringraziamo, ma
non vorremmo dare un danno
».

È dis la piò zona, un po’ schiva,
ma la stasunida sobit la fa la faza giuliva.

«Al jun sà da preucupé
la Marjena la jé in zité
da su cusaena ch’j à fiulé
e stasera la n’po’ turné
»

Paulet us incamana
e al do donn, ad drì
coma long una strena

La piò vecia a mite strè
una còsa la s’cumeza a gratè

«Mò la prego, un momento,
la calzetta la mi da tormento
»
la s’ zira sol un bisinì par fer avdé
du bel cusò chi m’ pareva du zamblò.

Paulet l’è agitè
una roba at s’è un s’la
puteva t’ni da stè.

La Marjâna, che da e’ Gueran la
j era steda aviseda,
la staseva ad drì d’l’os rintaneda.

L’alegra cumitiva in cà la j è intreda,
mò faza a faza cun la Marjâna
la s’è truvida.

«T’ci propri un invurnì,
an so propri coma at l’epa da dì.
Tan è vest chi cà gl’è stal do?
»

«Mo me no!
Agl’è do ad zité
can al sa in dò che andé

«Al saveva che t’ cì un quaiò e
che in ogni ches  tan si più bò,
immazines pù cun do?
Par stavolta at vòi pardunè,
parò nôi più pruvè

Paulet l’è imbambulè
un sà piò quel che pinsè.

«A t’lò det che t’ci invurnì
ades at vòi fe ravnì.
La piò vecia l’è e’ furner
e ch’l’etra l’è sù anvod che fa e’ sansel

Paulet l’è agite e è sa sol spiciché
«Moh buiaza d’la miseria
questa l’è un roba seria.

Che birichè de Guarnaz
e ridrà infena a e’ mes ad Mazz…
»

Si chiude il sipario (inchini)

La commedia è completa di sceneggiatura.